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    La fedeltà alla partitura è fondamentale

    By Patrizia Venucci Merdžo Aprile 25, 2019 133
    Il Maestro Stefano Rabaglia Il Maestro Stefano Rabaglia Ivor Hreljanovic

    Sta ancora nell’aria la frizzante musica mozartiana delle “Nozze di Figaro”, l’ultimo allestimento della stagione lirica del TNC “Ivan de Zajc, che ha riscosso vivo gradimento della platea e della critica. Aldilà della divertente azione scenica, abbiamo notato fin dal principio la trasparenza e la perfezione formale, la fluida freschezza del fraseggio e la morbidezza di suono dell’Orchestra diretta dal Maestro Stefano Rabaglia. Persona squisita, artista di grande esperienza ci ha concesso un’interessante e piacevole colloquio.
    Il Maestro Rabaglia ha compiuto gli studi musicali a Parma e a Milano con Azio Corghi per la Composizione e Piero Guarino per la Direzione d’orchestra. Ha poi seguito corsi di perfezionamento tenuti da F. Ferrara, P. Boulez, E. Downes, G. Ligeti, W. Lutoslawski, I. Xenakis. Ha diretto opere e concerti a capo di quasi tutte le istituzioni concertistiche orchestrali e alcune importanti fondazioni liriche italiane, oltre che in Francia, Germania, Inghilterra, Russia, Giappone, Norvegia, Jugoslavia, Polonia, Albania. Tra queste spiccano l’Orchestra della RAI di Torino, la BBC Philarmonic di Manchester, Teatro Regio di Torino, l’Orchestra Nazionale della Televisione albanese. Ha diretto praticamente tutto il più importante repertorio lirico italiano, collaborando con molti dei migliori cantanti del momento.
    Tra i più significativi impegni recenti figurano “L’occasione fa il ladro” all’Opéra National de Bordeaux, e “Il barbiere di Siviglia” alla Norske Opera di Oslo. A partire dal 2010 è ospite regolare del Teatro La Fenice di Venezia, dove ha già diretto “La Traviata”, “Rigoletto”, “Il barbiere di Siviglia e “L’occasione fa il ladro”. Attivo anche come compositore, ha firmato diverse musiche di scena per la prosa e il commento musicale di documentari televisivi. Si occupa di informatica musicale, avendo alle spalle gli studi di ingegneria elettronica al Politecnico di Milano.
    “I direttori italiani non hanno molte occasioni di dirigere Mozart; sembra quasi che le opere mozartiane siano appannaggio dei Maestri tedeschi, del Nord in genere – spiega il direttore d’Orchestra –. ‘Le nozze di Figaro’ si basa sull’eccellente libretto di Lorenzo da Ponte. La lingua italiana ha un suo carattere specifico e inevitabilmente influenza la musica, in questo caso la musica di Mozart”.
    Com’è stata questa sua esperienza con il Teatro fiumano?
    “Ho collaborato molto bene sia con il cast di cantanti che con l’Orchestra, con la quale si è stabilito un vero feeling. Abbiamo lavorato molto sul suono ‘mozartiano’ – il repertorio classico richiede un suono particolare – sul fraseggio, sull’articolazione. I musicisti sono ricettivi, curiosi dell’aspetto culturale che gli trasmetto ed entusiasti di lavorare, di costruire insieme qualcosa di valido”.
    Che impressione le ha fatto la città?
    “Quando si arriva a Fiume il primo impatto è molto positivo, per la sua bellezza, la sua architettura e per il clima particolare che si sente nell’aria. Trovo che Fiume sia una città molto accogliente, aperta, e ciò vale anche per il suo Teatro. Mi sono trovato molto bene e spero che questa collaborazione continui anche in futuro”.
    Che rapporto ha con Mozart?
    “Mozart è una di quelle pietre miliari nella musica che s’impara a conoscere fin dall’infanzia, dal Conservatorio. A differenza di Bach e Beethoven, Mozart è stato geniale in tutti i campi: sinfonico, cameristico, operistico. Io lo considero un vero dono del Cielo ed è un grande privilegio dirigerlo o suonarlo. ‘Le nozze di Figaro’ è il mio primo Mozart operistico come direttore, però, in quanto Maestro collaboratore, per non pochi anni alla Scala e al Regio di Parma, mi sono confrontato con diverse partiture d’opera.”
    Quanto ha influito la sua esperienza nello storico e più celebre Teatro del mondo?
    “Ero ormai alla fine degli studi di composizione a Milano; La Scala, per un allestimento lirico di Penderecki, aveva bisogno di un musicista che si intendesse di elettronica. Siccome sono anche ingegnere, colsi l’occasione. Al tempo avevo già diretto parecchie mie composizioni. Infatti, era la composizione il campo di maggiore interesse per me e non avevo approfondito ancora il repertorio lirico. La Scala è stata per me un po’ come la folgorazione di San Paolo sulla via per Damasco. Ho avuto occasione di studiare, imitare e imparare dai più grandi Maestri del mondo: Claudio Abbado, Carlos Kleiber, Bernstein, Pretre… e dai più grandi cantanti come Mirella Freni, Piero Capuccilli, Domingo, Ghiaurov, Pavarotti, Carreras. Era anche il tempo dei grandi registi quali Strehler e Zeffirelli. È stata un’esperienza fondamentale, che ha influenzato fortemente la mia formazione. La porto nel cuore sempre”.
    In che misura l’ingegnere che è in lei ha influenzato il musicista?
    “Ha influito abbastanza. L’approccio allo studio delle partiture ha anche una componente razionale. Il direttore si distingue pure per la sua capacità di analizzare in maniera quanto più profonda una certa partitura. ‘La musica è numero’ diceva Pitagora. Vale anche nella musica romantica, che ha sempre una sua struttura matematica e razionale, non solo il sentimento. La mia sensibilità è sempre temperata dallo studio della partitura. Il direttore è al servizio del compositore: non lo deve sovrastare.
    Ci vuole raccontare Stefano Rabaglia compositore?
    “La mia storia di compositore si è fermata abbastanza presto perché quasi subito sono entrato in conflitto con le ‘postavanguardie’; le quali, secondo me, avevano rivelato una certa sterilità. Vigeva negli ambienti musicali una specie di regolamento ferreo. Bisognava fare assolutamente musiche cervellotiche, d’avanguardia, difficili. La consonanza era proibita; e questo mi andava molto stretto. Credo che la musica sia comunicazione, che debba comunicare un qualche messaggio che il pubblico possa recepire. Quest’aspetto non era affatto considerato negli ambienti musicali di quegli anni. Per fortuna quel periodo è stato superato e i compositori oggi sono molto più liberi di esprimersi. Ho composto soprattutto musiche di scena, colonne sonore. Come compositore mi sono fermato, ma non è detto che in futuro non riprenda a scrivere. Penso si debba comporre solo se uno sente un’enorme necessità di farlo”.
    Nel corso dell’intervista si son toccati diversi temi; concludiamo con le Orchestre.
    “Ci sono Orchestre molto preparate ma magari poco ‘espansive’, altre meno perfette che però esprimono di più. In ogni caso le formazioni orchestrali d’oggi sono spiccatamente cosmopolite. Il che non è un male. Ritengo però che nel nostro mondo globalizzato sia importante conservare la propria cultura, tradizioni, identità, perché la diversità culturale rappresenta una grande ricchezza e quindi un valore che va sostenuto”.

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    Last modified on Giovedì, 25 Aprile 2019 11:09