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    Quale futuro per l’italiano?

    By Krsto Babić Aprile 25, 2019 101

    Il linguaggio è un patrimonio che va tutelato, preservato e percepito. Le parole sono importanti perché danno forma al nostro pensiero e ci consentono di relazionarci con le altre persone. I termini presenti nel vocabolario di ciascun popolo sono evocativi perché risuonano con la sua storia. In un’epoca dominata dalla mania di assimilare termini inglesi non solo nei gerghi tecnici o specialistici, ma anche nella lingua di uso quotidiano, è confortante sapere che esistono persone che si ribellano a questa tendenza.
    Di recente la rivista Jezik ha assegnato a una professoressa di lingua croata di Vinkovci, Lidija Stević Brkić, e all’Ambasciatore croato in Israele, Drago Štambuk, il premio Dr. Ivan Šreter, per aver coniato due nuove parole: rispettivamente “zapozorje” da usare al posto dell’inglese backstage (dietro le quinte) e “oznak” come alternativa per l’inglese brand (marchio). A sua volta Carmen Lešina, insegnante di lingua croata di Spalato, è stata premiata per aver proposto il termine “bilješkinja” (notaia), da usare come femminile di “javni bilježnik” (notaio). Al concorso hanno aderito una cinquantina di concorrenti, con un centinaio di nuovi lemmi. Il premio, istituito nel 1993, ha prodotto numerose nuove parole, alcune delle quali divenute di uso comune, ad esempio “uspornik”, subentrato a “ležeći policajac” (dosso di rallentamento) e “zatipak” che ha sostituito “tipfeler” (errore di battitura).
    Anche in Italia c’è chi si sforza di tenere a bada la mania montante dell’“itanglese”. Probabilmente il neologismo italiano più celebre degli ultimi anni è l’aggettivo petaloso: un fiore ricco di petali. Una parola inventata nell’anno scolastico 2015/16, da un alunno della terza classe della Scuola primaria Oreste Marchesi di Copparo (Ferrara). Sebbene il termine ufficialmente non sia ancora entrato nei dizionari è stato elogiato dall’Accademia della Crusca.
    La contaminazione di una lingua nei confronti di un’altra produce un corto circuito che rischia di far collassare quest’ultima. Il rischio è concreto soprattutto se gli ammiccamenti sono di bassa lega e accettati a cuor leggero. Per sopravvivere a questa minaccia, l’italiano, definito dagli studiosi anglosassoni la lingua più romantica al mondo, può fare affidamento sulla sua principale risorsa: i dialetti. Basti considerare che l’unico dei tre neologismi, per così dire, “approvati” dall’Accademica della Crusca nel 2018 e squisitamente italiano è “legnameria”. Un termine derivato dai vernacoli dell’area di Roma e usato per indicare il luogo nel quale si ripone la legna. Gli altri due termini, pulmanista (conducente di scuolabus) e ghosting (persona coinvolta in una relazione che fa perdere le sue tracce al partner), invece, sono degli anglicismi. Ma attenzione. Sull’Italiano incombono due minacce ben peggiori dell’influenza dell’inglese, ossia le contaminazioni del “politichese” e del “calciese”. Benché anche in questo caso esistano delle eccezioni dovute alla simpatia (scroccopoli, scansopoli...).

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    Last modified on Venerdì, 26 Aprile 2019 09:29