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    «Orgogliosi delle nostre radici anche se dimenticate e offese»

    By Rosanna Turcinovich Giuricin Febbraio 17, 2019 398

    L’abbiamo visto presiedere la riunione dell’Associazione Dalmati italiani nel Mondo, l’abbiamo visto condividere ricordi ed emozioni con Luxardo, Missoni, Drioli e tanti altri. Uomo che ha viaggiato e conquistato tante realtà ma che, ad un certo punto della sua vita, ha deciso di stabilirsi a Orvieto di cui è diventato sindaco. Antonio (Toni) Concina, zaratino, è un esempio di eccellenza giuliano-dalmata nel mondo.

    Come considera questo concetto?

    “Secondo me è quel sentimento, quel valore aggiunto che si è sedimentato nei secoli nelle nostre genti, che le fa essere laboriose e gentili anche nei momenti difficili, che le fa mantenere il proprio orgoglio anche quando dimenticate se non offese”.

    Che cos’è stata nella sua maturazione di ragazzo questa casa, lontana eppure presente?

    “Un senso di appartenenza ad una comunità distante, come dice lei, ma sempre favoleggiata non solo nei ricordi dei ‘veci’ e quindi vissuta come qualcosa di speciale, toccato in sorte”.

    Il suo ritorno a Zara…

    “Si tratta in realtà di due ritorni: il primo, tantissimi anni fa, almeno 30. Ero ospite in barca di amici e navigavamo lungo le isole dell’Adriatico orientale. Non era mia intenzione sbarcare a Zara ma mio padre, in una preziosa telefonata – non era ancora il tempo dei cellulari –, saputo dov’ero, mi chiese commosso di scendere, avvicinarmi alla riva di casa nostra, baciare la terra e portare via un sasso. Ho ubbidito naturalmente. Era uno degli ultimi desideri di papà, che poi è morto qualche anno dopo. E il sasso è adesso qui con me. Il secondo ritorno lo scorso novembre. Quando ho sentito mio dovere, da vicesindaco dell’Associazione Dalmati italiani nel Mondo-Libero Comune di Zara in esilio, di accompagnare tanti amici a Zara a salutare i nostri morti al cimitero, a visitare tante altre lapidi, a girare per Zara e dintorni ed entrare realmente per la prima volta nella città sempre soltanto immaginata. Sentimenti diversi, che richiederebbero spazi diversi. Ma sentimenti speciali, nutriti di piccole cose, di piccoli incontri: indimenticabile, per esempio, il caffè preso con il grande campione di basket Pino Giergia, rimasto sempre a Zara a testimoniare la sua origine e la sua italianità anche nei trionfi sportivi”.

    L’esodo della sua famiglia è stato un po’ particolare, perché dall’altra sponda dell’Adriatico vi sentivate protetti?

    “Erano appena cominciati i bombardamenti. Mia madre era incinta di mia sorella Paola e papà voleva che partorisse tranquilla. Per questo ci imbarcò nella primavera del 1943 e ci spedì nelle Marche, in una cittadina abitata da amici, Sassoferrato, dove mia sorella nacque in luglio. La situazione intanto (25 luglio – 8 settembre nda) si era talmente complicata ed era così peggiorata che non tornammo più in Dalmazia. I miei nonni, rimasti a Zara, non capivano la decisione di papà e resistettero in città. Furono costretti a fuggire precipitosamente quando le bombe cominciarono a cadere senza sosta, devastando tutto”.

    Molti ragazzi provenienti da questo mondo hanno sentito il peso della diversità. Per lei come è stato?

    “Nessuna diversità. Anzi la sensazione, lo dico senza arroganza, di avere dentro qualcosa in più”.

    Lo studio era una sfida?

    “Non una sfida. Era una cosa naturale. Sia io che i miei fratelli Enzo e Paola, eravamo seguiti con discrezione dai nostri genitori ed eravamo bravi quasi per definizione”.

    Lei ha conseguito una laurea anche all’estero. Perché questo bisogno. Che tipo di carriera s’immaginava?

    “Suonavo bene il pianoforte e immaginavo una carriera da concertista. Erano tempi diversi, mio padre pensava che fosse una carriera di ripiego e non volle che continuassi con il pianoforte ma che andassi all’Università. Si obbediva ai padri, a quei tempi, e così feci. Presi successivamente un diploma ad Harvard perché adoravo gli Sati Uniti , dove avevo abitato e lavorato qualche anno prima e perché Harvard rappresentava e rappresenta tuttora un biglietto da visita un po’ speciale”.

    I sogni si avverano?

    “Certo che sì. Soprattutto quando si sognano...”

    E poi la decisione di puntare su Orvieto. Un ritorno. Perché?

    “Perché una decina di anni fa mia moglie insisteva per lasciare Roma (preveggente!...). Io non ero d’accordo di abbandonare la capitale per la provincia e mi opposi, ma sempre più debolmente... Poi, stremato, misi l’unica condizione. Quella di non trasferirci in cittadine alla moda, come Capalbio, San Casciano, eccetera e andare invece a Orvieto, dove avevo già abitato da bambino, dopo la parentesi marchigiana e dove avevo fatto praticamente tutte le scuole, tranne il liceo che frequentai invece in collegio a Napoli, nella famosa Scuola Militare “Nunziatella”. Adesso ringrazio mia moglie ogni minuto per la sua insistenza...”

    Che cosa fa di un sindaco un buon sindaco?

    “Tantissime cose. Le più importanti, l’onestà, non solo intellettuale, la disponibilità al dialogo quotidiano con tutti i cittadini che hanno bisogno di te”.

    Il rapporto con i Dalmati, Missoni, Luxardo, Toth, che cosa ha rappresentato nella sua vita?

    “Ovviamente una gratificazione e un arricchimento costante. E la certezza di far parte di una famiglia allargata”.

    I suoi ritorni in Dalmazia sono stati via mare e niente terraferma. Ma quel mare che cosa le comunica?

    “Un mare bellissimo, ma severo. Io poi confesso, ahimè, di essere un dalmata poco marinaro, non so perché. Adoro il mare, ma non lo vivo con la passione totale dei miei genitori e di tutti gli altri dalmati che conosco”.

    Che cosa la potrebbe riportare in quella casa dell’anima? Quali eventi?

    “Senza offesa per nessuno, una crescita culturale degli zaratini croati. Una loro riflessione sull’importanza che la nostra civiltà ha avuto anche per loro nel tempo e il loro desiderio di ricostruire il bello dei rapporti tra le due etnie, mettendo al bando i facinorosi e gli stupidi. De Gaulle avrebbe detto Vaste programme...”

    Quale ruolo assume oggi la cultura in questo mondo che si sta dissolvendo?

    “È l’ultimo baluardo prima dello sfacelo. E dovrebbe basarsi sulla ricostruzione seria della Scuola, da noi come in tutti i Paesi del mondo. Non riforme abborracciate a ogni nuovo governo, ma uno sforzo comune, alto e responsabile. Altro Vaste programme”.

    Il 10 febbraio, Giorno del Ricordo, così come è concepito basta alla causa?

    “Per adesso, è meglio dell’oblìo durato sessant’anni”.

    Ai Raduni dei Dalmati l’abbiamo vista più volte al pianoforte. Che cosa rappresenta per lei la musica?

    “Un pezzo della mia natura. Come il cuore o le gambe... Una compagna naturale delle mie giornate... E a volte anche un regalo per chi mi sta intorno”.

    Durante i concerti suona e si racconta? In che modo? Che cosa dice di lei ciò che suona, ciò che propone?

    “Non lo so. È un sentimento così naturale che non faccio in tempo a metterci dentro malizia o vanità...”.

    La politica è stata passione e impegno per tante generazioni. Lo è ancora?

    “Non è la stessa politica. Non vorrei fare il lamento della persona anziana, ma ritengo che la politica che viviamo adesso sia soprattutto l’ossessiva ricerca di posizioni di forza e di successo fini a sé stesse. Abbiamo vissuto grazie a Dio ben altra politica e ben altri politici. Anche se non ce ne rendevamo conto...”.
    Quando è diventato sindaco di Orvieto, lui di centrodestra in una “realtà rossa”, doveva dimostrare di potercela fare e in cinque anni, ha lasciato Orvieto con un bilancio risanato, consegnando al suo successore “una città pulita, dove sono state risanate anche le voragini che avevano provocato nelle partecipate”.

    È stato anche uno dei rari sindaci d’Italia che non ha mai voluto lo stipendio, ha raccontato ai giornalisti che lo intervistavano.

    “Da subito ho rinunciato a stipendio, telefonino, carte di rappresentanza. Non l’ho fatto perché sono miliardario, ma perché ho una pensione decente. Sarebbe stato terribile aumentare l’imposta sulla spazzatura mentre io al tempo stesso prendevo 3.000 euro lordi di stipendio. Io sono un ex top manager di Telecom Italia e di Rcs-Corriere della sera. Sono tornato a Orvieto e ho reincontrato tutti i miei compagni di scuola… Sono nato in Dalmazia da dove sono scappato e venni qui a fare il Liceo”.

    Lei definì la sua scelta un gesto d’amore per Orvieto.

    “Sì e anche di riconoscenza, perché Orvieto accolse me e la mia famiglia in maniera generosissima. Mi è sembrato quanto meno onesto e opportuno ricambiare con un impegno civile”.
    Forse è proprio questo il grande merito del Giorno del Ricordo: aver aperto una breccia nella coscienza della gente che di fronte alle storie della nostra gente ora ha un moto di rispetto.
    Quella dignità a cui spesso ci riferiamo ha scavato un solco profondo che permette di riferirsi alle proprie origini con un certo orgoglio, impensabile fino a qualche decennio fa, fino a quel primo Giorno del Ricordo informale a Roma del 2003 (al Quartiere giuliano-dalmato) divenuto poi tale per Legge l’anno dopo.
    Una lunga battaglia: non una valanga, ma la goccia che scava la roccia.

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    Last modified on Domenica, 17 Febbraio 2019 16:35