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    «Il Quieto e la Tempesta»... la famiglia e il Beato Bonifacio

    By Rosanna Turcinovich Giuricin Aprile 21, 2019 124

    La scrittura come strumento per appropriarsi delle proprie radici sta caratterizzando un filone editoriale in Italia e nel mondo che coinvolge le seconde e le terze generazioni dell’esodo. Una sorta di omaggio alla storia familiare, ma emblematica, di un intero popolo che spesso non ha saputo tramandare memoria per una sorta di pudore, per non implementare ulteriormente la propria sofferenza o semplicemente per evitare ai figli “pensieri pesanti” legati alla vicenda dell’Adriatico orientale alla fine della Seconda guerra mondiale, riassumibile in esodo e foibe.

    “Mi sono sempre definito romagnolo e triestino”, dichiara Eugenio Ambrosi autore del libro “Il Quieto e la Tempesta”, ovvero Storie di pace e di guerra, di vita e di morte tra Pinguente e Crassizza, edito da Luglio Editore di Trieste per i tipi dell’IRCI. Come tanti figli di esuli che hanno trovato più naturale mimetizzarsi, non per scomparire, semplicemente per dare seguito a una decisione presa dai propri genitori, spesso escludendo anche l’uso del dialetto. Ma a un certo punto, come espresso magistralmente dalla musica beethoveniana, il destino bussa alla porta.
    “Dopo una vita dedicata al lavoro di funzionario regionale – racconta Ambrosi – sono entrato a far parte di varie associazioni, tra cui quella dei Giuliani nel mondo che mi avevano chiesto di aiutare l’IRCI a uscire da un’impasse economica abbastanza seria. L’ho fatto molto volentieri e quando l’allora presidente mi propose di impegnarmi con un coinvolgimento ai livelli più alti, risposi d’acchito che non avrei potuto farlo non essendo istriano. Divenne un pensiero ricorrente: c’era gran parte della storia familiare che mi legava all’Istria, ma di cui sapevo pochissimo, tanto da non averla presa in considerazione. Dovevo indagare”.
    Il suo non è un libro di narrativa e non è un semplice saggio, è un lungo racconto in prima persona sulle ricerche condotte e sulle scoperte fatte in archivi triestini e istriani e attraverso le interviste, miste a lunghe chiacchierate, con persone che potevano aiutarlo a scavare nella propria storia.
    “Il corpo musicale di Pinguente – racconta in uno dei tanti episodi di nicchia, gustosi, evocativi – istruito prima da Giovanni Graber, poi dal bravo maestro Rinaldi di Portole, indi da Valeriano “Lano” Ambrosi, era una fucina di giovani ben affiatati. La banda contava 38 elementi, che si esibivano nei concerti in piazza; accompagnava l’allegro corso delle maschere l’ultimo di Carnevale, con la bella divisa color canarino che i suoi componenti indossavano sfilando in corteo per scendere alla Fontana, per la premiazione delle maschere più belle. Nonno Eugenio suonava il clarinetto, e anche i suoi due fratelli Valeriano e Gioacchino vi facevano parte. Era poi attiva la Scuola di musica, presso la quale entravano tutte le ragazze di buona famiglia”.

    Che cosa ha provato scoprendo tanti momenti di vita sociale pinguentina?

    “Il rammarico di non avere ricordi personali”.

    Neanche andando a visitare la località dell’Istria interna?

    “Mio padre mi aveva portato un paio di volte a visitare Pinguente. Sapevo dove fosse la sua casa, di cui avevo visto solo i gradini fino all’uscio, impossibile entrarvi. Poi mi aveva segnalato i vari rioni, nomi che ricordo, ma che i locali non conoscono più. Difficile riordinare questo sfasamento, eppure è importante farlo”.
    Ecco che la vicenda della famiglia Ambrosi, nel volume s’interseca con quella della beatificazione di Don Francesco Bonifacio. Il motivo lo si scopre nei primi capitoli del libro dedicato anche al parroco piranese. L’autore innesta il tutto su un’esperienza diretta, questa sì, per il fatto che assiste in San Giusto alla cerimonia di beatificazione del martire istriano, giustiziato in odio della fede, nel dopoguerra non lontano da Crassizza, mentre si stava recando in un paesino per portare il proprio conforto. Venne avvicinato da loschi figuri, ucciso e fatto sparire.
    Durante la cerimonia, in piedi per l’incredibile partecipazione di pubblico, riuscendo comunque a vedere i parenti in prima fila e ascoltando i discorsi dei vescovi, Ambrosi cerca di immaginare il 1946, epoca in cui si svolsero i fatti, nell’Istria in procinto di passare definitivamente alla Jugoslavia. Lo svuotamento sarebbe avvenuto di lì a poco e con l’esodo sarebbero cessate tradizioni e consuetudini, si sarebbero spente la lingua, le denominazioni delle vie e delle piazze, dei quartieri cari a chi vi era nato, a chi vi aveva abitato.
    “Si fece strada con forza – spiega – il desiderio di sapere che cosa accomunava il parroco piranese alla storia della mia famiglia? I miei parenti paterni arrivarono in Istria dal Veneto. Il bisnonno Albino, falegname, qui conobbe e sposò Costanza Cresciani, che mandò a partorire il primo figlio dai parenti nel luogo di provenienza. Gli altri invece no, e furono tanti: videro la luce in Istria ormai diventata la loro dimora stabile. Ho potuto ricostruire la loro storia anche grazie alle foto custodite da mia zia. Mi hanno aiutato anche le mie sorelle, Giovanna e Margherita. Insieme abbiamo ripercorso alcuni fatti solo accennati in famiglia, da nostro padre. La vicenda della zia Jolanda, che aveva aderito al fascio e dopo l’esodo se la prendeva con la DC, di cui facevo parte, per non aver svelato fino in fondo i risvolti della vicenda istriana. Ecco perché era stato difficile parlarne con lei. L’altra zia, quando capitava di prendere un caffè insieme, mi stupiva per la quantità di zucchero che usava. Si giustificava dicendo che era una vendetta per tutta la miseria sofferta. L’Istria era povera sotto l’Impero, ma in particolare durante il Ventennio, soprattutto laddove non esistevano industrie, laddove la sopravvivenza era affidata alla campagna e all’artigianato”.

    Scrivere di questi accadimenti, l’ha fatta sentire a casa?

    “Non ho mai avuto un posto mio, o almeno non che io lo potessi considerare tale. Tornare a Pinguente significa ripercorrere una memoria costruita eppure è emozionante immaginare la storia della mia famiglia in quel luogo: è la scoperta di nuove e forse diverse radici”.

    La gente di Pinguente che ha incontrato che cosa le ha lasciato, quali sensazioni?

    “Non ce ne sono molti, forse è troppo tardi per azzardare una mappatura dell’esistente. Chi ha vissuto l’esodo è andato avanti, ma alcuni incontri sono stati fondamentali. Ci sono storie che non possono essere affidate definitivamente all’oblìo, come quella di Miro Clarich, noto anche per essere stato il notaio degli istriani nell’esodo. Suo padre venne infoibato dai titini, mentre il fratello fu ucciso dai tedeschi. Egli, ferito, venne medicato dagli stessi tedeschi in un ospedale che nessuno più ricordava quando ho avuto modo di indagare e che, improvvisamente, si svelava. Quando venne rimandato a casa, gli regalarono un termometro, oggetto raro che molti gli invidiavano. Molti pinguentini furono mandati profughi nel campo di internamento di Katzenau durante la prima guerra mondiale. Anche questa è una vicenda che pochi conoscono. Altri, con l’esodo sono emigrati Oltreoceano. Sono in contatto con alcuni di loro che mi hanno inviato testimonianze sulla vita a Pinguente. Altre ne arriveranno”.

    Nel libro ci sono anche foto della sua famiglia e una ricostruzione del tessuto umano di Pinguente dal 1940-43 a opera di Claudio Chiappetta…

    “È incredibile come sia riuscito a indicare, casa per casa, il nome della famiglia”.

    Tutte queste testimonianze, questa raccolta di particolari, aneddoti, ricorrenze, riti e costumi, perché?

    “Per immaginare un mondo, per lasciare una traccia, perché altri possano implementare il materiale indicato, perché si continui a studiare la vicenda del Beato Don Bonifacio, uomo buono, devoto, vicino ai suoi fedeli, che incarna molto bene una tipologia di personaggio di questa terra. Gli ho affiancato episodi che si collegano alla sua presenza in Istria, dedotti dalla stampa dell’epoca che ho analizzato con cura. Nel libro ho voluto inserire riferimenti ai documenti, ma anche poesie che ben interpretano il sentire popolare. Il tutto in cinque anni di lavoro di ricerca e scrittura, con tante difficoltà nel reperire le fonti”.
    La copertina è opera della figlia dell’autore Valentina Ambrosi. Il libro si avvale anche di una ricca bibliografia che potrà aiutare altri ricercatori a continuare il lavoro di indagine sulla realtà di Pinguente.

    Il suo primo libro era dedicato alla passione di una vita per i Beatles. Anche lì una questione di appartenenza…

    “Infatti chiudo il libro sull’Istria con una considerazione che li lega in qualche modo quando dico che, la sera della beatificazione di don Francesco Bonifacio, ritornavo a casa ponendomi tante domande alle quali al momento non sapevo dare risposta, mentre oggi, al termine di questo lungo percorso di ricerca e scrittura, sento di aver ritrovato quella parte di radici che non mi erano mai appartenute. Per riandare ai miei idoli di gioventù non sono ancora ein Berliner di kennediana memoria, ma non sono più un Nowhere Man (uomo di nessun luogo) beatlesiano”.

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