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    Quel cerchio che mi racchiude passa attraverso la terra d’Istria

    By Rosanna Turcinovich Giuricin Giugno 10, 2018 1392

    E uno e due e tre e quattro, musica che penetra ogni cellula, mani e braccia lanciate in movimenti sincroni mentre le lancette dell’orologio scandiscono il tempo dedicato a sé stessi…o almeno questa è una delle convinzioni di base per dare un senso alla fatica, al sudore, ma anche alla gioia di riuscire a tenere il ritmo, alla voglia di rimanere in forma.

    Lo sa bene Elena Delbello, che smessi i panni della fitness maestra-terapeuta-ginnasta-sorella, parla di libri ad un uditorio attento in una delle librerie di Trieste, aperte alle presentazioni, al dialogo col pubblico, al conosciamo noi stessi. Perché?

    “Ci sono collane intere di libri dedicati ad argomenti di ricerca del rapporto con sé stessi, il viaggio più difficile come viene spesso definito, con ciò che siamo, per stabilire un equilibrio con la realtà che viviamo”.

    Atletica, (e ci mancherebbe altro…) trascorre gran parte del suo tempo a far muovere la gente…e non è facile. Perché i libri?

    “È una necessità di ampliare la conoscenza attraverso scienza e narrativa e tutti quei titoli che indagano l’universo femminile, che mi interessa e mi affascina, e non solo per la mia attività”.

    Che cosa hai scoperto?

    “Nella natura di donna spicca innanzitutto la forza, che la nostra cultura non accetta e non coltiva. Il concetto di sorellanza, inteso come aiuto reciproco tra donne, molto presente nelle società del passato, che la modernità ha cancellato. Nell’ambiente di lavoro, per esempio, è un classico creare ad arte le tensioni tra donne, per diminuire la concorrenza. Una volta c’erano queste famiglie allargate in cui le donne erano incluse in un lavoro organizzato che favoriva la loro solidarietà, la condivisione, il raggiungimento delle medesime mete. Oggi nella famiglia ridotta all’osso, spesso mononucleare, manca completamente l’interazione, oltretutto su ciò s’innestato stereotipi sociali che certo non aiutano”.

    Quali libri presenti al pubblico in libreria?

    “Di varia natura, da libri diventati cult come Donne che corrono coi lupi, oppure romanzi quali La profezia della Curandera. Fondamentalmente attraverso la scrittura si sviluppa una riflessione sul bisogno di ritrovare se stessi. C’è uno squilibrio nel mondo, tra parte maschile e femminile, ristabilire l’equilibrio è una delle condizioni per la salvezza dell’umanità. Quindi scelgo testi che possono servire a farci ragionare. Il prossimo sarà La padronanza dell’amore, che insegna la parola amore spesso usata a sproposito o difficile da pronunciare. Amore per se stessi, inteso come rispetto e di conseguenza, per l’altro. Non è un discorso femminista ma paritetico e paritario, un dialogo col maschio, forse ancora più difficile oggi che viviamo una chiusura, un non capirsi e su questo bisogna lavorare”.

    Che cosa va scongiurato?

    “Il rapporto di sudditanza, lasciando spazio ad una maggiore apertura, alla libertà di essere se stessi e manifestarsi senza paure”.
    Che cosa rappresenta oggi la palestra, che gente la frequenta?
    “È un mondo eterogeneo, che da spazio a mille ragioni per aderirvi. E infinite sono le tipologie di persone che le frequentano. Ma gli aspetti di fondo sono essenzialmente due: donne e uomini che desiderano migliorare il proprio aspetto fisico, o la dimensione puramente sportiva, quindi mantenersi in salute divertendosi in cui anche l’aspetto ludico, con zero agonismo, ha la sua importanza. Ciò che percepisco nella mia palestra, è lo spirito di sport per tutti, per un benessere immediato e continuativo, un allenamento per altri sport, per sciare senza farsi mare, partecipare ad una corsa senza farsi male, che è lo scopo di una vera società sportiva”.

    Perché la scelta di fare del tuo amore per lo sport una professione?

    “Tutto è nato per caso. Ho fatto per tanti anni danza classica con successo, poi, ho dovuto smettere per un problema al ginocchio, allora mi sono buttata nel basket ma non riuscivo a conciliare con lo studio, mi impegnava troppo. Alla ricerca di qualcosa che non avesse basi agonistiche, ho iniziato con l’aerobica, una folgorazione. L’insegnante mi chiedeva spesso di sostituirla tanta era la mia sicurezza e la mia capacità. Al momento di scegliere gli studi universitari, sognavo l’etologia, la biologia o la medicina…Ma la mia insegnante, che era una diplomata Isef, mi suggerì di provarci anch’io. Lo mia risposta fu un semplice: perché no! E così è stato”.

    Una giusta scelta?

    “Assolutamente, l’insegnante aveva capito la mia natura, sono un’istriana tosta. Frequentavo l’Isef, Istituto superiore di educazione fisica, a Verona, tornando a casa ogni fine settimana, praticamente una pendolare. È stata dura. Oltretutto ero attiva nell’ambiente scolastico. Ci battevamo perché l’Isef venisse portato a rango universitario. Ce l’abbiamo fatta. Non ho mai lavorato nel mondo della scuola, troppo indipendente, la palestra è lo spazio ideale”.

    Che cosa intendi per “istriana tosta”?

    “Sono i miei geni, nonno e padre dei dintorni di Verteneglio. Nonni venuti via dall’Istria e, dalla parte di mamma, sloveni e bulgari. Da bambina il dialetto veneto è stato il primo idioma che mi è stato insegnato ed io mi ci sono tuffata, era qualcosa che mi prendeva spontaneamente. Allora nessuno mi aveva dato delle spiegazioni, ma ora mi rendo conto che si tratta di radici molto profonde che mi stanno guidando in un percorso che riguarda questa terra”.

    Perché, che cosa ti trasmette l’Istria?

    “Le poche volte che ci sono andata ho sentito l’Istria come una terra violata, non mi piace ciò che sento, certe esclusioni, immagino che dovrebbe essere diversa, non vive completamente e non esprime completamente ciò che è. E allora mi dico che devo conoscerla di più perché è il luogo d’appartenenza della mia famiglia e la provenienza è importante. È un bisogno nato nel tempo, maturato negli anni, insieme al lavoro fatto con me stessa per conoscermi meglio, così è emersa anche questa componente come un bisogno profondo e nascosto”.

    Che cosa l’ha riportato a galla?

    “Quando diventi adulto sai che ci saranno tante cose da affrontare, ma la vita spesso ti presenta conti salati, tragedie familiari e problemi col lavoro. Scopri allora che se hai costruito qualcosa di bello, come questa coesione con le persone, c’è una risposta, si palesa un sostegno che non potevi immaginare. La solidarietà è una forza incredibile”.

    E tu cosa rappresenti per gli altri?

    “Spero una bella parte della loro vita, qui stemperano i problemi, nel movimento fermano la mente sgombrandola da tutto e da tutti, e ciò dona benessere e quella serenità che suggerisce, da diverse angolature, le vie d’uscita. Mi gratifica chi dice di sentirsi a casa. L’accoglienza è importante, sentirsi a proprio agio, rilassare le tensioni, rigenerarsi. L’ho capito avvicinandomi alla cultura dei nativi americani”.

    Come sei arrivata agli indiani e come si pongono nel tuo cammino?

    “La vita è veramente imprevedibile. Nel duemila ho perso mio fratello in un incidente. È stato duro accettarlo. Ho cercato aiuto e l’ho trovato in questo percorso di crescita. È capitato per caso. La famiglia del mio datore di lavoro di allora, è di origini cherokee, con loro ho iniziato a seguire delle conferenze sui nativi americani, stavo leggendo dei libri su Cavallo pazzo per ricordare all’improvviso che era così mi chiamavano da bambina per la mia vivacità. Alle conferenze ho incontrato uno psicologo che mi ha aiutato moltissimo, aveva introdotto anche a Trieste la cultura dei nativi e l’ho seguito per tanti anni, finché è mancato”.

    Che cosa hai imparato?

    “Sembra quasi che si chiuda un cerchio, anzi così è: mi ha insegnato il legame con la natura ed il ritorno alla terra, scoprivo in me i nativi, non gli indiani ma gli istriani della terra dei padri. Questa ruota era la mia dimensione che mi dava conforto e sicurezza, ho cominciato a lavorare su me stessa ed ho cercato conferme negli altri, alcuni li ho aiutati a capirne il beneficio. È un’esperienza che amo condividere con le persone sperando possano trarne beneficio donando ciò che ho appreso. Ho rispolverato una cultura ancestrale, molto rispettosa degli antenati e anche questo mi ha portato a riscoprire le mie radici. L’esistenza a volte ti porta al punto di partenza, allora comprendi che tutto è circolare, le stagioni e la ruota della vita. Da qui le mie conferenze in libreria. Qualcuno si spaventa pensando che si tratti di sette, nulla di più errato, è il richiamo di ciò che abbiamo alle spalle e che spesso non consideriamo, i nostri giganti che ci sorreggono”.

    La tua meta di un ipotetico viaggio quindi, oltre all’Istria, è l’America?

    “No, piuttosto l’Africa, da dove tutto è iniziato”.

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